Decalogo breve per una sinistra d’alternativa.

In evidenza
  1. E’ necessaria una nuova sinistra d’alternativa.
    Nuova nel pensiero, nuova nelle forme, nuova nelle relazioni.
    Salda sul principio fondamentale: questo mondo non è l’unico possibile.
  2. Il comunismo fatto potere ha fallito, la socialdemocrazia è morta, la terza via non è mai esistita: occorre cimentarsi con sfide ancora non viste.
  3. Senza studiare non si va da nessuna parte. Occorre ritrovare la profondità di pensiero, i tempi lenti, lo scambio. Senza che questo diventi immobilismo od onanismo intellettuale.
  4. Si può essere sinistra di governo senza essere moderati. Se guardare al centro è una formula vuota, fare i radicali non è una risposta. Si tratta di offrire una visione del mondo, una prospettiva d’alternativa coniugandola sempre nel presente. Se la direzione è chiara, i piccoli passi sono accettabili.
  5. Non esiste alcun residuo di pratiche novecentesche che possa dare certezze nella analisi e nelle risposte. Al contempo, restiamo nani sulle spalle dei giganti: le classi sociali esistono, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo è in pieno dispiegamento, e oggi più che mai è chiaro che lo strapotere neoliberista ci sta conducendo alla barbarie.
  6. Il campo d’azione non è l’Italia, ma l’Europa, continente nuovo che parli al mondo parole di pace, ambiente, lavoro, diritti, giustizia sociale.
  7. Occorre disfarsi di pensieri minoritari, riflessi settari e suicidi scissionisti: dalle ceneri non risorge più alcuna araba fenice. E’ di sinistra chi si sente di sinistra. E’ legittimo interpretarla in modi diversi. Non esistono i traditori della causa. Non esistono le mappe genetiche. Non esiste la guerra a chi è più vicino. Nel proprio campo, esiste la battaglia politica anche accesa per l’egemonia nella sinistra, nel rispetto della persona e delle posizioni altrui.
  8. E’ naturale emergano leadership, ma senza un popolo che partecipi la sinistra muore. La partecipazione non va confusa con stanchi rituali o con simulacri vuoti. La partecipazione è gioiosa compresenza, capacità di decisione collettiva, adesione attiva ai valori di una comunità ampia. Le sue forme possono essere molteplici, classiche, digitali, ibride.
  9. Non si insegue il linguaggio degli altri, si semina il proprio che ha bisogno di tempi medi per germinare. La chiarezza nella esposizione, la coerenza tra quello che si dice e si fa, la certezza che se il messaggio non arriva la responsabilità è sempre di chi parla e mai di chi ascolta sono elementi imprescindibili di un linguaggio politico fecondo. Senza mai attribuire alla comunicazione le responsabilità che sono e che rimangono della politica.
  10. Lo strumento attraverso cui fare politica rimane il partito. Un partito luogo di passioni, che non sia scambiato per comitato elettorale, che sia interrogato e che interroghi, in uno scambio tra vertici e base, tra fuori e dentro. In Italia l’unico partito ancora esistente a sinistra è il Partito Democratico. Continuare a fondare nuovi partiti è inutile. Occorre scommettere su quel che c’è, e costruire al suo interno quella egemonia che lo possa trasformare, in una dialettica leale e trasparente con le altre posizioni, fondata sul principio che si discute e poi si procede come deciso a maggioranza, convinti delle proprie ragioni.
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Nic.

Questa notte io e Nicola abbiamo litigato.

Si è svegliato piangendo poco dopo l’una, con un solo obiettivo: stare in mezzo a noi. E’ stato cresciuto così, come suo fratello, ma diversamente da suo fratello non ha accettato di buon grado il distacco, quando è arrivato il momento. Usa – lo si intende precisamente nella lallazione – un argomento forte: non si capisce perché dovremmo decidere noi il momento che è il suo.

La notte è un continuo uscire ed entrare dalle nostre coperte. Dorme placido, definitivo e bellissimo nella sua culla, solo dopo che noi ci siamo alzati, al mattino.

Questa notte non c’erano però santi: il biglietto doveva essere di sola andata, senza il ritorno tra le sbarre. Un’ora e mezza di cullamento e ninnenanne andavano a sbattere sulla sua sorda ostinazione. Quando sbandava nel sonno era per non più di 5 minuti. Ho capitolato alla stanchezza, gridato. Più lui piangeva forte più io cullavo forte il lettino, con un rollio aggressivo ed aspro. Era una guerra di nervi, e non avrei ceduto per primo: si sarebbe dovuto arrendere. Era chiaramente uno di quei momenti cardine: avesse vinto lui, avrebbe vinto per sempre.

Verso le tre dormiva di nuovo. Allo scadere del quinto minuto si è alzato nel letto, senza dire nulla, poggiato alle sbarre. Con un colpo di teatro, non piangeva. Ho pensato gli dovessi qualcosa, fargli intendere che avevo carpito il segnale.

L’ho preso in braccio.

Lui, invece di redarguirmi da vicino per il trattamento ricevuto fino ad allora, si è poggiato al mio petto, abbandonato, dopo la battaglia. In silenzio, mi offriva una pace senza condizioni. L’ho stretto a me, e lui di più.

L’ho messo nel letto, ma stavolta non gli è bastato. Mi si è arrampicato addosso, in una posizione scomoda e innaturale, cercando spazi nel mio corpo. Io l’ho cinto, carezzato, coccolato, e lui si beava in tutto quel calore che solo poco prima era stolido ghiaccio nervoso.

Come avesse ripreso tutto il buono, si è lasciato dopo poco portare al fianco, chino accanto, senza mai profferire una sola parola, così intento solo ad amarsi.

Rimanendomi stretto, si è addormentato. Non si è svegliato sino al mattino.

Ventitre.

Poi sono arrivato sotto quella casa dove stavi.

Il buio copriva i nostri passi da ladri. Non c’era niente di più sensato che starti accanto. Anche quando ti ero vicino ti attendevo. Profumavi del desiderio di te.

La città emanava rumori di periferia. Ci perdemmo in quel prato come le storie di altri tempi. Sotto il lampione che dava su un enorme palazzo facevamo l’amore. Tu avevi una gonnellina casta che pure non oppose resistenza.
Potrei ancora oggi tracciare la curva della tua schiena, la densità della tua pelle, la luce allegra dei tuoi occhi tristi.

Io credo ancora che le storie possano finire, l’amore no.

Harry Potter.

Voglio leggere Harry Potter a mio figlio.

Mia moglie, la vera lettrice di casa, dice che devo aspettare, perché è troppo piccolo. Ha ragione, però non doveva fornire ai miei sentimenti, qualche tempo fa, le vibranti ragioni di Bruno Tognolini, sullo splendore della lettura ad alta voce alla sua bambina.

E’ così: non sai mai se sei all’altezza nel dare voce alle righe mentre prendono movimento, nel giocare con i toni e cogliere un’eco nello sguardo di lui, nel ricambiarlo appena complice, mezzo padre e mezzo libro, allo stesso tempo motivo delle sue paure e sponda sicura che le accoglie e rassicura, corda per le sue emozioni, comodo appoggio dove mettere gomiti, piedi, mani, dove affondare il viso quando il sonno è troppo; padre intero da buttarci il broncio addosso nelle serate sbagliate, capricciose, o annoiate da un testo che non prende.

A volte penso che questa voce notturna sarà un ricordo, una traccia che rimarrà in lui per sempre l’istante prima di chiudere gli occhi, e allora – anche se stanco – mi sforzo di essere sempre all’altezza, per quella sera e per la vita che sarà, per quando non mi vorrà più accanto o per quando accanto non potrò esserci più.

Essere il tramite per la conoscenza del mondo è una esperienza impagabile, che ripaga di ogni momento difficile. Anche per questo non sopporto le risposte leggère alle domande dei bambini, che si fidano e si affidano. Non sopporto i perché sì e i perché no visto che ad ogni interrogativo si può replicare sensatamente. Amo i quesiti assurdi, che rivelano qualche associazione fantastica, qualche traccia da seguire con la stessa loro sorpresa.

E amo perdutamente, per non farla lunga, Harry Potter e il suo straordinario viaggio, la così sconfinata educazione sentimentale cui la sua autrice sottopone lui, i suoi amici e noi con lui. Aspetterò questi due anni, prima di potere leggere a mio figlio il primo dei sette libri.

Il problema è che piangerò, se già oggi mi commuovo con le avventure del barbagianni che ha paura della notte.